Al Delfino di Francia, Sua Maestà Carlo VII,
Sire, vi
scrivo da una locanda a poche miglia da Domremy,
per informarla che Reims è ancora libera. Il nostro nemico ancora
non ha osato scagliare neanche un dardo contro le mura della città.
Ma
la situazione si fa più difficile ad ogni minuto che passa.
Mura,
torri, camminamenti palazzi e centro cittadino sono quasi totalmente sguarniti di milizie in grado di difendere la vostra corona.
Sire
con questa mia vi chiedo di inviare nella Champagne fanti ed arcieri
dell’esercito reale e della guardia nazionale.
Inoltre
vi chiedo umilmente di esulare il Duca Richard de Reims dal comando
di queste nuove forze.
Il
Duca non è in grado di sostenere un assedio tanto lungo come quello
che si profila nel futuro della nostra cara Reims.
Lasciate
che a guidare le difese della vostra corona sia un uomo di grande
abilità tattica e di alto temperamento come il vostro fedele
Generale Alen
d’Avignon.
Come
voi saprete certamente ricordare il Generale Alen d’Avignon è
stato colui che salvò la vostra incolumità ad Agincourt due anni fa.
Sire, per la Francia ed il suo popolo, dovete prendere una decisione, combattere per la vostra corona e Dio ve né renderà conto.
Reims
è ancora francese ma non c'è più tempo da perdere, il Duca sta per
cedere alle insistenze del nemico che con lauti doni cerca di
impossessarsi della città senza colpo ferire. Il tempo è poco e
se la corona di Francia cade nelle mani degli inglesi tutta la
Francia cadrà insieme al suo RE.
Sempre
fedele, il Vostro consigliere e Generale
Jean Conte d’Alencon
Jean Conte d’Alencon
Prese
così il foglio di pergamena ruvida, lo arrotolò facendogli fare tre
quattro giri su se stesso, prese dello spago, lo legò saldamente al
foglio e poi sigillò il tutto con la cera lacca.
Mentre
la cera era ancora calda, prese l’anello della sua casata e
impresse le sue insigne nel morbido e profumato impasto. Mise tutto dentro un tubo di carta pecora indurita con
l’aggiunta di spessi strati di cuoio esterno sigillò il tutto come
di consueto e consegnò il dispaccio reale ad un soldato che stava
portando altri dispacci importanti a Chinon.
Dato l'ordine al soldato, Jean appoggiò i gomiti sul tavolo della locanda. Le assi in quercia del vecchio tavolo traballante erano nere, consunte di cucinato, posate e piatti, ricoperte da un olioso strato di fuliggine, polvere, resti di cibo e altre forme di sporcizia di cui era meglio non conoscere la natura. Pensieroso si mise ad osservare nodi e venature del legno, poi mirata la finestra guardava il
paesaggio mite e colorato della Champagne
in Ottobre.
Ogni
contadino, con le proprie mogli con le figlie e i figli, fuori da quella finestra stava
lavorando, conversando, o semplicemente osservando le
vigne.
Da
quella valle usciva il miglior vino del mondo, migliore del Rosso di
Bordeaux, del Grigio Merlot, del Bruno Pinot e di qualsiasi altro
merum che la Francia vantava di produrre.
In
quella regione veniva prodotto un vino che forse era più noto anche
della sua stessa terra già leggendaria, il suo nome era
“semplicemente” Champagne.
Ogni
tralcio, ogni vaco, di quella vite era considerato da tutti al pari
dell’oro.
“L’oro
disceso dal sole” così era chiamato il colore dei frutti che
producevano il nettare del Delfinato.
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| Paesaggio autunnale della Champagne |
E
così, mentre Jean pensava crogiolato nel sole di un pomeriggio
d‘inizio Ottobre inaspettatamente caldo, tutto ad un tratto il vivace mondo
intorno ai suoi pensieri tacque. . .
Come
pietre, i popolani che prima vivacemente organizzavano spremiture e
vendemmie, ora si erano bloccati in una posizione che poteva essere
giustificata solo da un improvviso agghiacciante stupore creato da
qualcosa di terribile ed assurdo.
C’era
chi stava scrivendo che alzati gli occhi dal foglio era rimasto
immobile con la penna d’oca liberamente gocciolante sulla
pergamena, chi stava parlando e gesticolando ora era rimasto
immobilizzato nella mascella e nelle mani, chi lavorava smise di
industriarsi e Jean che dalla sua posizione, non
riusciva a vedere, accortosi che qualcosa non andava, uscì
dalla porta e girò gli occhi verso il punto dove tutti stavano
guardando. . .
Di
fronte a se il Generale aveva una piccola guarnigione di cavalieri
inglesi, in tutto quattro, che galoppavano con
gran fragore verso la pacifica cittadina di contadini.
Il
momento di stupore iniziale si trasformò ben presto in panico.
Gli
inglesi ora erano li, ad un quarto di miglio di distanza dal Generale Francese
che impassibile guardava il nemico avvicinarsi sempre di più. Capì che quei cavalieri erano lì solo per lui, mandati dal Duca
traditore a seguire le sue tracce per ucciderlo.
Ma
prima di lui sulla strada i cavalieri stavano per raggiungere una
bambina di appena sette anni che colta di sorpresa non si era
accorta dell’arrivo dei soldati inglesi.
Allora
il cavaliere iniziò a correre giù per la strada. Giunto alla giusta distanza sfoderò l'acciaio dal cuoio e con due passi bloccò saldamente i piedi a terra stingendo con forza l’impugnatura della
lama diafana che al sole saettava dalle sue mani, lucente.
I
quattro cavalieri britannici al galoppo erano evidentemente
intenzionati ad uccidere lui e la bambina, velocemente, così come in quel periodo dell'anno si coglie
l’uva dai tralci gialli.
La
bimba vide il fiero uomo misterioso avvicinarsi a lei con una gran
corsa per posizionarsi in sua difesa contro quegli enormi cavalieri, con l'intenzione di sfidarli senza cavallo, compagni e armatura.
La piccola continuò a correre più forte che poteva, ad ogni passo sentiva
sempre più vicino il galoppo bestiale dei suoi inseguitori, sentiva
il respiro dei loro cavalli, i cigolii delle loro finiture e le urla di sprono. . .
Come
nell’Apocalisse, i quattro guerrieri a cavallo si disposero in
fila, sguainando le loro armi dai pesanti foderi si
lanciarono contro quel folle ritto in piedi che da solo osava opporsi alla
loro corsa.
La
bimba cadde. . .
Quel
giorno su quella collina di Domremy
tirava un forte vento di Mistral
che innalzava al
cielo la polvere della strada sollevata dal galoppo dei cavalli
inglesi.
E
mentre il sole tramontava ad occidente, il cavaliere strinse ancor di
più l'elsa della sua lama tra le mani.
Con
sole e vento alle spalle il paladino, diede uno sguardo al cielo e
gridando corse verso la bambina in difficoltà.
Raggiuntala
si interpose tra l’innocente e i suoi inseguitori e una volta che i
quattro piombarono su di loro al galoppo, il
cavaliere sferrò un potente colpo di spada al primo dei cavalieri
Inglesi che gli si presentò innanzi colpendolo di punta al torace. Si voltò poi di scatto e schivò la stoccata di un secondo cavaliere il quale colto di sorpresa, inclinatosi si sbilanciò, perse una staffe e cadde a terra continuando a seguire la corsa impetuosa del cavallo. Trascinato dalla seconda staffa sui sassi e le pietre della strada, l'inglese giunse fino alla locanda. Un nugolo di operai e contadini che avevano in odio gli inglesi, per le continue scorrerie che compivano ormai da mesi nelle loro proprietà, afferrarono il cavallo per le redini e finirono il soldato con spranghe e picche.
Stupiti
dalla forza di quell’uomo e spaventati dall'inaspettata rivolta dei contadini, superato Jean, gli altri due cavalieri fermarono i palanfreni e tornarono contro di lui di nuovo al galoppo.
Il
paladino che si era buttato a terra oltre il ciglio della strada, ora
aveva il sole e il vento contro, disse alla bimba di fuggire via.
La
piccina si alzò ma per la foga e la paura cadde di nuovo alle spalle
del suo difensore.
Jean chiuse
quindi le palpebre ed aspettò al buio che il galoppo dei due si
avvicinasse fino al punto in cui il primo cavallo avrebbe calpestato
l’umida erba dove il cavaliere rotolando era atterrato.
Ascoltato il rumore più profondo dello zoccolo nella nuda terra Jean aprì di nuovo gli occhi e con un’agilità fulminea scaricò la sua spada
contro la corazza del terzo nemico facendolo cadere a terra
insieme al suo cavallo mentre l'uomo rimasto sulla sua cavalcatura per evitare il destriero disarcionato del compagno preferì evitare lo scontro con il formidabile guerriero.
Il soldato ancora in vita, ora di nuovo con il sole e il vento contro, ferito nell'orgoglio decise di non fuggire ma essendo in posizione comunque favorevole caricò nuovamente l’abile avversario senza armatura.
Spaventato
e stordito dalla rapidità dei fatti, il milite inglese girò due
volte con il suo cavallo intorno al Generale e alla bambina
guardandoli dall’alto come per sovrastarli. . . alzò in alto la
sua spada e. . . la scese terra mirando la piccola.
Il
Generale scoccò un poderoso colpo sul corpo della spada inglese che vibrando finì in aria. .
.
L’arma
raggiando luce in ogni direzione roteò e infine si piantò a terra
dissodando una nera zolla dalla vigna che da li distava
pochi passi.
L’Inglese costernato, scese da cavallo raccolse la sua spada
sguainandola dal soffice strato di terra nera ed impugnata l’arma,
si mise a correre contro il condottiero, il quale impassibile ma stanco, era immobile al suo posto, sempre nella stessa posizione. La piccola nel mentre era
riuscita a fare alcuni passi di corsa e più veloce si
allontanava dall’ultimo suo aggressore rimasto in vita.
L’Inglese
sferrò un attacco potente facendo discendere la lama all’alto
contro il collo di Jean. Tuttavia mentre la lama colpiva di nuovo la fertile terra, l’Inglese sentì il piatto e freddo ventre dell’acciaio francese, posarsi sotto il suo mento tra il collo e la mandibola e una forte spinta all'indietro.
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| Rudimenti di scherma medievale |
Fu
così che il britannico cadde affranto sulle ginocchia, atterrando anche la spada, mentre il paladino francese pretesa la sua resa,
guardava con la coda degli occhi la piccola ora ferma sulla collina. Immobile ed impavida affrontava a testa alta l’esito finale del combattimento.
L’inglese
chiese pietà, il cavaliere gli accordò la grazia, tolse la spada
dal collo nemico e attese che l’ultimo dei suoi avversari rimasto
in vita, disarmato, salisse in groppa al suo cavallo. Infine quando
l’inglese non fu altro che un punto nella retta bianca della strada,
il cavaliere spossato nel corpo dallo sforzo, lentamente e con il fiato corto si avvicinò alla
bambina dicendo:
“Madamigella, deve scusare la mia disattenzione ma non ci siamo ancora
presentati. . . Il
mio nome è Jean II d’Alencon, pronto per servirla.”
Il cavaliere
fece un inchino e salutò la bambina. Ripose così la sua spada nel
fodero non senza le difficoltà dovute alla scarica del rilassamento dei nervi del braccio destro dopo la tensione e la fatica del combattimento.
La
bimba sorrise. . .
Intanto
presi dalla curiosità e dalla gioia scaturita dal coraggio della loro ribellione, un gran numero di persone si era
raccolto intorno
ai due.
“Anche
lei mi deve scusare messere, il mio nome è Jeanne d’Arc. . .”
La
bimba iniziò a ridere e i suoi occhi azzurri così sinceri e
luminosi, accecavano di luce i raggi solari ora al culmine del loro
splendore pomeridiano.
“Ma
voi mi potete anche chiamare solo Jeannette.”
Disse
la fanciulla continuando a sorridere all’uomo che l’aveva
salvata.
E
allora la piccola disse una frase che il cavaliere con la sua spada
riposta nel fodero non avrebbe mai più dimenticato.
Lei
infatti smettendo di ridere alzò gli occhi al cielo e disse:
“Grazie Signore di avermi salvata. . .”
E
poi riferendosi al cavaliere
“Io
e lei messere non ci siamo mai incontrati, non ci siamo mai parlati
eppure le dico, che un giorno ci rivedremo perché il sangue che
scorre nelle sue vene è lo stesso sangue che avete salvato questo
pomeriggio. Io le prometto che ripagherò il mio debito con voi,
salverò la vostra vita come voi oggi avete salvato la mia.”
Il
cavaliere sentite quelle parole si chiese confuso se avesse salvato
la vita ad una pazza oppure se dietro quelle parole si celava la
verità innocente di una bimba, ma confuso e stanco dalla battaglia
sul momento non diede ascolto alla piccola e aspettò
quindi l’arrivo
di qualche suo familiare.
Giunse
allora un giovane contadino sulla ventina che disse di chiamarsi
Jacques d’Arc. Arrivato sul prato dove si era raccolta la piccola folla, con poche spinte riuscì ad aprirsi un varco tra i curiosi e in lacrime prese sua sorella con se cercando tra le lacrime le parole per ringraziare il cavaliere. Ringraziando Jean disse che saputa la notizia dello
scontro in cui era stata coinvolta anche sua sorella, si era
precipitato in paese pregando che la piccola fosse viva.
Jean
quindi salutò i due fratelli e direttosi verso la locanda entrò
nella stalla, prese il suo cavallo e salito in groppa sparì nel sole al
tramonto prendendo la direzione opposta di quella scelta dal suo
nemico inglese, questa volta ormai in fuga.


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