giovedì 22 agosto 2013

2. Reims

Le foglie secche su cui la sera prima si era addormentato sognando erano entrate nelle sue pesanti vesti di canapa marrone, procurandogli un prurito insopportabile.
Si alzò dolorante e infreddolito, la mattina era piovigginosa ed oltre alla scheletrica sagoma di alcune querce spoglie si intravedevano le colline color blu dal freddo mattutino; bianche lame di nebbia affettavano le loro cime separandole dai pendii.
Lentamente il cavaliere si avvicinò al suo cavallo imbrigliato al tronco di un’acacia, poco distante dal suo giaciglio… l’animale gettava fuori dalle narici fiotti di vapore caldo che salendo dal muso si confondevano con la nebbia circostante.
Il cavaliere sciolse le briglie e portò con se l'animale nei pressi di una fonte dove insieme avrebbero bevuto l’acqua gelida appena sgorgata dalla viva roccia.
Poggiata la consunta veste di canapa marrone sul ramo di un albero, si tolse anche la seconda maglia in lana e, seppur restio all’idea del traumatico contatto della sua pelle con l’acqua ghiacciata, lavò faccia e torace. Una volta sveglio e congelato, corse verso le sue vesti consunte ma ancora calde di sonno.
Ritornato nel posto dove aveva passato la Notte finì di vestirsi da “nobile” quale egli era, ed indossati corazza e mantello, discese a piedi un lungo pendio ricoperto da un manto di foglie secche. Una volta giunto a valle passò la Marna, salì senza non poche difficoltà sul cavallo e al galoppo si diresse verso Reims…
“Reims” sussurrò tra se e se il cavaliere vedendo le mura grigie e i torrioni incombenti sulla città… sembrava che quell'enorme cinta muraria fosse stata costruita per tenere prigioniere le minuscole case dai tetti rossi che pacifiche ornavano le vie e le piazze della cittadina francese… in lontananza, le mille guglie della cattedrale di Notre Dame, silenti si stagliavano contro il cielo fendendo nebbia e nubi.

Edmè Moreau - Vista della città di Reims


Il cavaliere smontò da cavallo e si diresse a piedi lungo il ponte levatoio.
Le enormi catene arrugginite scendendo dalle pietre delle torri ondeggiavano al vento facendo risuonare per centinaia di passi una malinconica cadenza… Le due lunghe file possenti di ferrei anelli cigolanti, arpionavano senza pietà con due enormi ganci di metallo le vene di quei tronchi secolari posizionati in fila ora a mo' di portone, ora a mo' di ponte a seconda delle esigenze difensive della città.
Il paladino rimase un secondo in più su quel legno ad ascoltare quegli anelli arrugginiti gemere al vento; li sentì mentre narravano degli assalti, degli assedi, delle offensive e dei contrattacchi che quelle mura e quel ponte avevano respinto senza mai muoversi di un passo, senza mai indietreggiare… le catene piansero ancora… ma il cavaliere era ormai troppo lontano per poter udire ancora il loro lamento. . . 
“Chi è ! ! !” 
Urlando una sentinella, stranamente francese, si affacciò dall’alto torrione che difendeva la porta alla città. L'accesso era infatti sbarrato dal morso pesante di una grata ferrea dal colore plumbeo la quale a quell’ora del mattino ancora abbassata.
“Sono il generale Jean d’Alencon! ! !” 
Urlò il cavaliere in inglese, la sentinella ammutolì.
Passarono alcuni secondi e un’altra voce questa volta in inglese fece la stessa domanda. . .
Il generale senza scorta rispose ancora in inglese. . . “Sono il generale Jean d’Alencon, porto un’ambasciata da parte della Corona Francese. . .”.
Il cancello si aprì. . .
Superato il bastione di entrata il paladino diresse il suo cavallo nei pressi di un abbeveratoio, lo legò saldamente ad una solida recinzione in legno e dette due monete di rame ad un ragazzetto uscito riluttante dalla locanda presso la porta civica, affinché badasse al portentoso palanfreno in sua assenza. Il cavaliere ordinò per il cavallo una quantità sufficiente bieda e fieno ed una spessa coperta di lana, pagò quindi al proprietario della locanda altre cinque monete di rame per il servizio.
Attese qualche istante e poi vide un milite senza armi avvicinarsi di corsa.
Il milite parlò in francese e gli intimò di posare le armi a terra.
Il generale obbedì contrariato, “Soldato” disse: 

“Perché gli inglesi hanno lascito sentinelle della Champagne a sorvegliare le loro mura?”

Il milite si fermò, guardò il generale e accorgendosi che colui che aveva davanti ai suoi occhi era effettivamente il noto generale delle truppe armate di sua maestà Carlo VII, scattò, si mise sull’attenti e rispose prontamente alla stramba domanda del suo celebre superiore, raccontando che in quei giorni il borgo era in subbuglio, gli inglesi stavano per arrivare e la popolazione della Champagne si era radunata tutta intorno alle fortificazioni di Reims in attesa dell’imminente assedio.
Il cavaliere capì tutto ad un tratto la situazione e l’equivoco che si era venuto a creare. . . lasciò il milite piantato sull’attenti e si diresse verso il centro cittadino.
Intorno e dentro la città non si vedevano altro che fucine fuligginose, aperte dall’alba al tramonto, per cercar di portare al massimo la produzione di armamentari prima dell’arrivo delle truppe britanniche. Ovunque in Reims ridestata iniziavano a riecheggiare energici colpi di martello dei mastri ferrai. . .
Colonne di fumo nero si innalzavano dalle decine di ciminiere che punteggiavano i tetti rossi del città. I mantici e i ventagli iniziavano a ripetizione il loro soffio sulle braci le quali saettavano di nuove scintille e le facciate una volta bianche di tutte le abitazioni lungo le strade, erano ora coperte di un colore sfumato tra il marrone e il nero. 

Jean pensava tra se furioso e stupito dell'ignavia incapacità dei funzionari di corte francesi e del loro grossolano quanto superficiale errore.
Di grazia, l'enorme mole di lavoro dei mastri ferrai nella città generava spesse coltri di nero fumo e per questo motivo i messaggeri e i legati del delfinato, avendo visto Reims solo da lontano e di giorno, avevano annunciato al Re la caduta della città nelle mani del nemico.
Infatti a causa del continuo lavoro dei fabbri, da lontano Reims sembrava già battuta e messa a ferro e fuoco dalle fameliche orde nemiche.
In realtà la città viveva in uno stato di permanente preallarme da almeno un anno e anche se da tre anni continuava incessantemente a richiedere un esercito permanente e ben addestrato che difendesse le sacre mura della “Città dell’Incoronazione”, i generali francesi dall’alto della loro "esperienza" sul campo di battaglia, ritenevano ogni tentativo di difendere la città inutile e nel contempo rischioso, per il gran numero di truppe impegnate su un fronte da trent’anni già dichiarato per perso.

Ma nonostante tutto ciò la popolazione locale avrebbe combattuto fino all’ultimo uomo ed avrebbe versato anche l’ultima goccia di sangue o sudore, pur di non vedere i vessilli inglesi veleggiare sulle mille guglie della cattedrale di Notre-Dame. 

Così era accaduto che mentre il Generale d'Alencon era d'istanza ad Orleans, dopo l’annuncio a corte della caduta della città di Reims, il Delfino gli aveva inviato un messaggero ad avvertirlo dello stato in cui versava la capitale della Champagne. Il Sovrano aveva quindi ordinato al suo fedele consigliere di partire per la "Città della Corona", da solo e senza paramenti di comandante, per agevolare il suo cammino. 

Il suo compito era di stimare truppe e forze britanniche nella città caduta in mano nemica ed eventualmente, il Delfino aveva espressamente richiesto, di contrattare con gli inglesi le condizioni per la restituzione della Corona francese custodita nella sacra Cattedrale della città persa a causa dell’ennesimo errore dei Nobili Generali.

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