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sabato 31 agosto 2013

5. Scontro ed Incontro


Al Delfino di Francia, Sua Maestà Carlo VII,

Sire, vi scrivo da una locanda a poche miglia da Domremy, per informarla che Reims è ancora libera. Il nostro nemico ancora non ha osato scagliare neanche un dardo contro le mura della città.
Ma la situazione si fa più difficile ad ogni minuto che passa.
Mura, torri, camminamenti palazzi e centro cittadino sono quasi totalmente sguarniti di milizie in grado di difendere la vostra corona.
Sire con questa mia vi chiedo di inviare nella Champagne fanti ed arcieri dell’esercito reale e della guardia nazionale.
Inoltre vi chiedo umilmente di esulare il Duca Richard de Reims dal comando di queste nuove forze.
Il Duca non è in grado di sostenere un assedio tanto lungo come quello che si profila nel futuro della nostra cara Reims.
Lasciate che a guidare le difese della vostra corona sia un uomo di grande abilità tattica e di alto temperamento come il vostro fedele Generale Alen d’Avignon.
Come voi saprete certamente ricordare il Generale Alen d’Avignon è stato colui che salvò la vostra incolumità ad Agincourt due anni fa.

Sire, per la Francia ed il suo popolo, dovete prendere una decisione, combattere per la vostra corona e Dio ve né renderà conto.
Reims è ancora francese ma non c'è più tempo da perdere, il Duca sta per cedere alle insistenze del nemico che con lauti doni cerca di impossessarsi della città senza colpo ferire. Il tempo è poco e se la corona di Francia cade nelle mani degli inglesi tutta la Francia cadrà insieme al suo RE.

Sempre fedele, il Vostro consigliere e Generale
                       
                             Jean Conte d’Alencon



Prese così il foglio di pergamena ruvida, lo arrotolò facendogli fare tre quattro giri su se stesso, prese dello spago, lo legò saldamente al foglio e poi sigillò il tutto con la cera lacca.
Mentre la cera era ancora calda, prese l’anello della sua casata e impresse le sue insigne nel morbido e profumato impasto. Mise tutto dentro un tubo di carta pecora indurita con l’aggiunta di spessi strati di cuoio esterno sigillò il tutto come di consueto e consegnò il dispaccio reale ad un soldato che stava portando altri dispacci importanti a Chinon.
Dato l'ordine al soldato, Jean appoggiò i gomiti sul tavolo della locanda. Le assi in quercia del vecchio tavolo traballante erano nere, consunte di cucinato, posate e piatti, ricoperte da un olioso strato di fuliggine, polvere, resti di cibo e altre forme di sporcizia di cui era meglio non conoscere la natura. Pensieroso si mise ad osservare nodi e venature del legno, poi mirata la finestra guardava il paesaggio mite e colorato della Champagne in Ottobre.
Ogni contadino, con le proprie mogli con le figlie e i figli, fuori da quella finestra stava lavorando, conversando, o semplicemente osservando le vigne.
Da quella valle usciva il miglior vino del mondo, migliore del Rosso di Bordeaux, del Grigio Merlot, del Bruno Pinot e di qualsiasi altro merum che la Francia vantava di produrre.
In quella regione veniva prodotto un vino che forse era più noto anche della sua stessa terra già leggendaria, il suo nome era “semplicemente” Champagne.
Ogni tralcio, ogni vaco, di quella vite era considerato da tutti al pari dell’oro.
“L’oro disceso dal sole” così era chiamato il colore dei frutti che producevano il nettare del Delfinato.

Paesaggio autunnale della Champagne

E così, mentre Jean pensava crogiolato nel sole di un pomeriggio d‘inizio Ottobre inaspettatamente caldo, tutto ad un tratto il vivace mondo intorno ai suoi pensieri tacque. . .
Come pietre, i popolani che prima vivacemente organizzavano spremiture e vendemmie, ora si erano bloccati in una posizione che poteva essere giustificata solo da un improvviso agghiacciante stupore creato da qualcosa di terribile ed assurdo.
C’era chi stava scrivendo che alzati gli occhi dal foglio era rimasto immobile con la penna d’oca liberamente gocciolante sulla pergamena, chi stava parlando e gesticolando ora era rimasto immobilizzato nella mascella e nelle mani, chi lavorava smise di industriarsi e Jean che dalla sua posizione, non riusciva a vedere, accortosi che qualcosa non andava, uscì dalla porta e girò gli occhi verso il punto dove tutti stavano guardando. . .

Di fronte a se il Generale aveva una piccola guarnigione di cavalieri inglesi, in tutto quattro, che galoppavano con gran fragore verso la pacifica cittadina di contadini.
Il momento di stupore iniziale si trasformò ben presto in panico.
Gli inglesi ora erano li, ad un quarto di miglio di distanza dal Generale Francese che impassibile guardava il nemico avvicinarsi sempre di più. Capì che quei cavalieri erano lì solo per lui, mandati dal Duca traditore a seguire le sue tracce per ucciderlo.

Ma prima di lui sulla strada i cavalieri stavano per raggiungere una bambina di appena sette anni che colta di sorpresa non si era accorta dell’arrivo dei soldati inglesi.

Allora il cavaliere iniziò a correre giù per la strada. Giunto alla giusta distanza sfoderò l'acciaio dal cuoio e con due passi bloccò saldamente i piedi a terra stingendo con forza l’impugnatura della lama diafana che al sole saettava dalle sue mani, lucente.
I quattro cavalieri britannici al galoppo erano evidentemente intenzionati ad uccidere lui e la bambina, velocemente, così come in quel periodo dell'anno si coglie l’uva dai tralci gialli.

La bimba vide il fiero uomo misterioso avvicinarsi a lei con una gran corsa per posizionarsi in sua difesa contro quegli enormi cavalieri, con l'intenzione di sfidarli senza cavallo, compagni e armatura.

La piccola continuò a correre più forte che poteva, ad ogni passo sentiva sempre più vicino il galoppo bestiale dei suoi inseguitori, sentiva il respiro dei loro cavalli, i cigolii delle loro finiture e le urla di sprono. . .

Come nell’Apocalisse, i quattro guerrieri a cavallo si disposero in fila, sguainando le loro armi dai pesanti foderi si lanciarono contro quel folle ritto in piedi che da solo osava opporsi alla loro corsa.


La bimba cadde. . .


Quel giorno su quella collina di Domremy tirava un forte vento di Mistral che innalzava al cielo la polvere della strada sollevata dal galoppo dei cavalli inglesi.
E mentre il sole tramontava ad occidente, il cavaliere strinse ancor di più l'elsa della sua lama tra le mani.

Con sole e vento alle spalle il paladino, diede uno sguardo al cielo e gridando corse verso la bambina in difficoltà.
Raggiuntala si interpose tra l’innocente e i suoi inseguitori e una volta che i quattro piombarono su di loro al galoppo, il cavaliere sferrò un potente colpo di spada al primo dei cavalieri Inglesi che gli si presentò innanzi colpendolo di punta al torace. Si voltò poi di scatto e schivò la stoccata di un secondo cavaliere il quale colto di sorpresa, inclinatosi si sbilanciò, perse una staffe e cadde a terra continuando a seguire la corsa impetuosa del cavallo. Trascinato dalla seconda staffa sui sassi e le pietre della strada, l'inglese giunse fino alla locanda. Un nugolo di operai e contadini che avevano in odio gli inglesi, per le continue scorrerie che compivano ormai da mesi nelle loro proprietà, afferrarono il cavallo per le redini e finirono il soldato con spranghe e picche.

Stupiti dalla forza di quell’uomo e spaventati dall'inaspettata rivolta dei contadini, superato Jean, gli altri due cavalieri fermarono i palanfreni e tornarono contro di lui di nuovo al galoppo.
Il paladino che si era buttato a terra oltre il ciglio della strada, ora aveva il sole e il vento contro, disse alla bimba di fuggire via.
La piccina si alzò ma per la foga e la paura cadde di nuovo alle spalle del suo difensore.

Jean chiuse quindi le palpebre ed aspettò al buio che il galoppo dei due si avvicinasse fino al punto in cui il primo cavallo avrebbe calpestato l’umida erba dove il cavaliere rotolando era atterrato.
Ascoltato il rumore più profondo dello zoccolo nella nuda terra Jean aprì di nuovo gli occhi e con un’agilità fulminea scaricò la sua spada contro la corazza del terzo nemico facendolo cadere a terra insieme al suo cavallo mentre l'uomo rimasto sulla sua cavalcatura per evitare il destriero disarcionato del compagno preferì evitare lo scontro con il formidabile guerriero.
Il soldato ancora in vita, ora di nuovo con il sole e il vento contro, ferito nell'orgoglio decise di non fuggire ma essendo in posizione comunque favorevole caricò nuovamente l’abile avversario senza armatura.

Spaventato e stordito dalla rapidità dei fatti, il milite inglese girò due volte con il suo cavallo intorno al Generale e alla bambina guardandoli dall’alto come per sovrastarli. . . alzò in alto la sua spada e. . . la scese terra mirando la piccola.

Il Generale scoccò un poderoso colpo sul corpo della spada inglese che vibrando finì in aria. . .
L’arma raggiando luce in ogni direzione roteò e infine si piantò a terra dissodando una nera zolla dalla vigna che da li distava pochi passi.
L’Inglese costernato, scese da cavallo raccolse la sua spada sguainandola dal soffice strato di terra nera ed impugnata l’arma, si mise a correre contro il condottiero, il quale impassibile ma stanco, era immobile al suo posto, sempre nella stessa posizione. La piccola nel mentre era riuscita a fare alcuni passi di corsa e più veloce si allontanava dall’ultimo suo aggressore rimasto in vita.

L’Inglese sferrò un attacco potente facendo discendere la lama all’alto contro il collo di Jean. Tuttavia mentre la lama colpiva di nuovo la fertile terra, l’Inglese sentì il piatto e freddo ventre dell’acciaio francese, posarsi sotto il suo mento tra il collo e la mandibola e una forte spinta all'indietro.

Rudimenti di scherma medievale

Fu così che il britannico cadde affranto sulle ginocchia, atterrando anche la spada, mentre il paladino francese pretesa la sua resa, guardava con la coda degli occhi la piccola ora ferma sulla collina. Immobile ed impavida affrontava a testa alta l’esito finale del combattimento.

L’inglese chiese pietà, il cavaliere gli accordò la grazia, tolse la spada dal collo nemico e attese che l’ultimo dei suoi avversari rimasto in vita, disarmato, salisse in groppa al suo cavallo. Infine quando l’inglese non fu altro che un punto nella  retta bianca della strada, il cavaliere spossato nel corpo dallo sforzo, lentamente e con il fiato corto si avvicinò alla bambina dicendo:

“Madamigella, deve scusare la mia disattenzione ma non ci siamo ancora presentati. . . Il mio nome è Jean II d’Alencon, pronto per servirla.” 
Il cavaliere fece un inchino e salutò la bambina. Ripose così la sua spada nel fodero non senza le difficoltà dovute alla scarica del rilassamento dei nervi del braccio destro dopo la tensione e la fatica del combattimento.

La bimba sorrise. . .
Intanto presi dalla curiosità e dalla gioia scaturita dal coraggio della loro ribellione, un gran numero di persone si era raccolto intorno ai due.

“Anche lei mi deve scusare messere, il mio nome è Jeanne d’Arc. . .”

La bimba iniziò a ridere e i suoi occhi azzurri così sinceri e luminosi, accecavano di luce i raggi solari ora al culmine del loro splendore pomeridiano.
“Ma voi mi potete anche chiamare solo Jeannette.”
Disse la fanciulla continuando a sorridere all’uomo che l’aveva salvata.
E allora la piccola disse una frase che il cavaliere con la sua spada riposta nel fodero non avrebbe mai più dimenticato.
Lei infatti smettendo di ridere alzò gli occhi al cielo e disse:
“Grazie Signore di avermi salvata. . .”

E poi riferendosi al cavaliere

“Io e lei messere non ci siamo mai incontrati, non ci siamo mai parlati eppure le dico, che un giorno ci rivedremo perché il sangue che scorre nelle sue vene è lo stesso sangue che avete salvato questo pomeriggio. Io le prometto che ripagherò il mio debito con voi, salverò la vostra vita come voi oggi avete salvato la mia.”

Il cavaliere sentite quelle parole si chiese confuso se avesse salvato la vita ad una pazza oppure se dietro quelle parole si celava la verità innocente di una bimba, ma confuso e stanco dalla battaglia sul momento non diede ascolto alla piccola e aspettò quindi l’arrivo di qualche suo familiare.

Giunse allora un giovane contadino sulla ventina che disse di chiamarsi Jacques d’Arc. Arrivato sul prato dove si era raccolta la piccola folla, con poche spinte riuscì ad aprirsi un varco tra i curiosi e in lacrime prese sua sorella con se cercando tra le lacrime le parole per ringraziare il cavaliere. Ringraziando Jean disse che saputa la notizia dello scontro in cui era stata coinvolta anche sua sorella, si era precipitato in paese pregando che la piccola fosse viva.

Jean quindi salutò i due fratelli e direttosi verso la locanda entrò nella stalla, prese il suo cavallo e salito in groppa sparì nel sole al tramonto prendendo la direzione opposta di quella scelta dal suo nemico inglese, questa volta ormai in fuga.

venerdì 23 agosto 2013

3. Visione


Il paladino era appena passato sotto la “Porta di Marte” e più continuava la sua ispezione per conto del reggente del popolo francese, più concretizzava nella sua mente l'idea che Reims non era stata neanche sfiorata dall’invasione inglese.
Si palesava sempre più chiaramente, attraversando la città, lo stato caotico con cui l’amministrazione francese stava combattendo una guerra che ormai continuava da poco meno di cento anni. In un secolo le truppe francesi erano state più volte umiliate dai “lunghi archi” e dalle lucenti spade inglesi.
Conti, generali, baroni, nobili e notai stavano portando l’antico Giglio Francese verso il tramonto definivo. . . serviva una svolta, e ormai solo Dio poteva evitare alla Francia la totale annessione sotto il dominio della Corona Inglese.
Nonostante l’apparente inespugnabilità delle mura e delle torri di Reims, i mille dispositivi di difesa e le centinaia di archi e balestre costruite per la difesa della città, nulla avrebbe mai respinto l’esercito nemico a causa dell’evidente mancanza di soldati e di uomini in età d’armi capaci di presidiare i camminamenti e i merli.
Soldati della gendarmerie e fedeli della corona francese, continuavano da mesi a dividersi turni di guardia e postazioni di presidio.
Stanchi ed assonnati sorvegliavano gli angoli chiave della città dalle mura sguarnite.
Un qualsiasi attacco avrebbe espugnato Reims in poche settimane.
La situazione era dunque critica ma poteva essere risolta richiamando cavalieri e fanti da Orleans, Digione, Troyes ed Auxerre.
Jean camminava ora lungo la strada principale di Reims, svoltò l’angolo e chiese alcune informazioni a due sentinelle armate di alabarda. Continuò il sopraluogo finché non giunse in un ampia piazza e. . .

Il paladino aveva viaggiato molto, aveva visto posti lontani miglia e miglia dalla Francia; poco tempo prima era stato su una nave veneziana che da Marsiglia lo aveva portato fino in Terra Santa, aveva parlato lingue millenarie, visitato popoli italici ed era stato molte volte a Parigi, Lione, Orleans ma nulla di tutto ciò che aveva visto o conosciuto possedeva lo stesso mistero e lo stesso fascino della cattedrale di Reims . . .
Cattedrale che ora era più vicina che mai ai suoi occhi.
Nulla al mondo poteva competere per slancio ed eleganza al portamento di Notre-Dame.
Era il primo giorno di Tramontana, la piazza risplendeva di un magnifico sole, il vento gelido che sferzava, puliva il cielo dalle nubi e colpiva duramente sulla miseria degli uomini, braccia viso e gambe nude dei poveri mendicanti erano paonazzi… poco lontano un musico intonava una chanson della champagne che diceva pressappoco:

“Molte città nel modo
hanno la propria chiesa per pregare,
poche hanno una cattedrale,
ma questa di Reims è di una magnificenza tale
che nulla potrà mai scalfire o turbare
la santità di Notre-Dame…”

In effetti tutto intorno alla costruzione, sovrana indiscussa di una città in tumulto, c’era un silenzio strano ed irreale.
Tutti, tutti coloro che passavano per la piazza, dal mercante arabo al comune popolano, nel transitare smettevano di parlare, urlare, rumoreggiare… e ammiravano la cattedrale… in silenzio, anche se solo per uno sguardo, per un saluto, per un po’… tutti rivolgevano gli occhi a Notre Dame…
La pietra riluceva rosea e calda, un colore interrotto e spezzato dalle mille ombre delle statue e delle guglie. Sottilissime linee di fuoco incandescente crescendo o restringendosi, davano vita alla facciata come se fosse stata costruita dalla sapienza antica nel fuoco e dal fuoco traesse continuamente energia. Eppure si distinguevano perfettamente pietra su pietra gli elementi costruttivi della chiesa.
 
Domenico Quaglio - La Cattedrale di Reims

Ricordò di aver avuto anni prima un piacevole incontro a Parigi con un mastro costruttore, con cui esulando dagli arogmenti tecnici di dettaglio per la costruzione delle nuove difese cittadine aveva conversato sui metodi di costruzione di tali simili magnificenze davanti a Notre-Damè de Saint Germain.
Egli aveva spiegato al Generale che la forma di ogni costruzione viene data dalla tipologia delle coperture e dal peso del tetto. Gli insegnò semplicemente, come leggere le spinte generate da alcuni carichi e capire le mirabili imprese costruttive degli antichi. Partendo dalle guglie più alte, merlettature di puro godimento estetico, gli altissimi muraglioni della navata centrale erano sostenuti enormi archi rampanti che incatenavano ai fianchi la chiesa. Il tutto veniva poi ripartito di archetto a sesto acuto in arco a sesto acuto.
Come in una cascata di acqua le sezioni dei pilastri aumentavano sempre di più verso il basso, fino a giungere agli enormi archi a sesto acuto all'interno della chiesa ed in facciata, che scaricavano ogni forza risultante sui pilastri principali.
L'invenzione e la perfezione dell'arco a sesto acuto permisero di raggiungere l'altezza notevole delle cattedrali francesi, inglesi e nord-ispaniche.

Non c’era tempo da perdere. . .

Il cavaliere tolse suo malgrado l'occhio dalla mole rosea di Notre-Dame de Reims e tornato indietro, giunse alla staccionata dove aveva legato poco prima il suo cavallo, pagò un’altra moneta al ragazzo. . . sciolse la briglia. . . ma dovette fermarsi a causa della crescente insistenza del Duca di Reims che affannato correva verso di lui chiamandolo ad alta voce:

“Generale! Generale!”

Chiamò, rivolgendosi al giovane condottiero. Il Duca era conosciuto in tutta la Francia come uomo grassottello e sgraziato, vestito perennemente con paramenti da caccia, sempre a cavallo, seguito ovunque da decine di cani e servitori. Così come vollero le dicerie anche quella mattina il Duca si stava preparando per un’altra battuta venatoria tra le colline della verde Champagne.

Jean si fermò e si girò verso il reggente della città:
“E’ da mesi che non inviate più vostre notizie Messere. . . Credevamo che foste morto o peggio. . . caduto prigioniero nelle mani degli inglesi. . .”;
il Duca stette un attimo e poi rispose stizzito: “Sa Generale. . . vista la grande quantità di forze a nostra disposizione, in questi tempi, ci divertiamo ad inviare in giro per la Francia messaggeri a cavallo che forse un giorno potrebbero servire per difendere le mura cittadine in caso di assedio.” - “Abbiamo inviato dieci messaggeri in dieci mesi ma sembra che i nostri nemici siano più bravi di noi a leggere il francese. . . non è forse vero Generale?”

Il condottiero montato a cavallo aveva già messo il piede nella staffa sinistra e scoppiò in una sonora risata.
Restituì le redini del destriero di nuovo in mano al ragazzetto che lo aveva aiutato a montare non senza qualche difficoltà in groppa all’animale, si avvicinò al Duca e disse:

“Non ci possiamo divertire ad avvisare il Delfino della nostra fedeltà però con i tempi che corrono ci possiamo distrarre andando a caccia Messere. . .” - “Comunque. . . belli quei setter inglesi, sono i suoi?”
il Duca rimase un attimo in silenzio e poi disse. . .
“Volete, dunque, insinuare che il Duca di Reims si fa corrompere dal dono gentile di quattro coppie di cani da caccia?”
“No, nessuno qui sta insinuando, ma vi dico che farò inviare immediatamente settecento fanti e cento arcieri sotto il comando del Generale Richard d’Avignon. . . ma non avrete voi il comando di queste truppe. . . il Delfino non può fidarsi di gente spregevole come v’ossia in un tale momento di crisi per tutto il paese . . .”
Saltò in groppa al cavallo, fece cenno ai servitori del Duca di lasciarlo passare, si voltò di nuovo verso l’ometto grassoccio e scapigliato che era andato su tutte le furie e infine sorridendo disse: “Le porgo i personali saluti di Re Carlo. . . buona caccia! ! !”
Vide il Duca diventare di ghiaccio, si rigirò e si buttò al galoppo lungo il ponte levatoio creando qualche scompiglio tra i banchi di contadini che a quell’ora affollavano gli argini intorno al fossato della città. Aveva fretta doveva raggiungere Domremy per inviare al Delfino un dispaccio di diffida per il Duca di Reims, causa tradimento e corruzione e cosa più importante, doveva avvisare il comandante Richard di mettersi in marcia con i suoi uomini per difendere le mura di Reims in caso di attacco inglese.
Il cavaliere quindi si tuffò ad alta velocità nel bosco ed attraversò al passo un guado sulla Marna. . .
Corse senza sosta stando attento a non sfiancare il cavallo, fino al volgere del sole e quandosi sentì esausto si fermò. Era a forse a miglia di distanza dalla locanda più vicina.
Decise allora di accamparsi per la Notte in una macchia di pioppi poco lontani dalla strada principale ma abbastanza folti da celare ai vagabondi, ai predoni ed agli inglesi ogni traccia della sua permanenza in quel luogo.
Bevve un goccio d’acqua dalla bisaccia in cuoio caprino e portò il suo cavallo, stanco dalla corsa, lungo il letto di un torrente per bere un po’ e riposarsi altrettanto.
I pioppi tutti intorno a lui si slanciavano dal suolo con grigia eleganza, scese la nebbia ed iniziò a far più freddo, mentre anche l’ultimo bagliore estremo e stanco del sole iniziava a far sentire il gelo e la sua mancanza, il tramonto portava con se, la nostalgia di una primavera ormai troppo lontana.
Cavallo e cavaliere di ritorno dal ruscello fecero appena in tempo a trovare un luogo adatto per riposare all’addiaccio che subito calò inesorabile la Notte. . .
L’uomo allora prese la sua pietra focaia e con la pazienza di un veterano di guerra riuscì dopo strenui tentativi a far balzar fuori da una catasta di ramoscelli umidi, una guizzante fiammella che si espanse e si moltiplicò agitandosi nel buio, quasi come volesse liberarsi dal peso dei ceppi di leggero pioppo che l’uomo saltuariamente le appoggiava sopra.
La fiammella continuo ad ardere le tenere viscere del suo combustibile fino a quando l’uomo, stanco e spossato, decise di interrompere la sua veglia e messo al parvo rogo l’ultimo ramoscello si coricò su un cumulo di foglie secche condannando la fiamma ad una fine lenta e fumosa. . .

giovedì 22 agosto 2013

2. Reims

Le foglie secche su cui la sera prima si era addormentato sognando erano entrate nelle sue pesanti vesti di canapa marrone, procurandogli un prurito insopportabile.
Si alzò dolorante e infreddolito, la mattina era piovigginosa ed oltre alla scheletrica sagoma di alcune querce spoglie si intravedevano le colline color blu dal freddo mattutino; bianche lame di nebbia affettavano le loro cime separandole dai pendii.
Lentamente il cavaliere si avvicinò al suo cavallo imbrigliato al tronco di un’acacia, poco distante dal suo giaciglio… l’animale gettava fuori dalle narici fiotti di vapore caldo che salendo dal muso si confondevano con la nebbia circostante.
Il cavaliere sciolse le briglie e portò con se l'animale nei pressi di una fonte dove insieme avrebbero bevuto l’acqua gelida appena sgorgata dalla viva roccia.
Poggiata la consunta veste di canapa marrone sul ramo di un albero, si tolse anche la seconda maglia in lana e, seppur restio all’idea del traumatico contatto della sua pelle con l’acqua ghiacciata, lavò faccia e torace. Una volta sveglio e congelato, corse verso le sue vesti consunte ma ancora calde di sonno.
Ritornato nel posto dove aveva passato la Notte finì di vestirsi da “nobile” quale egli era, ed indossati corazza e mantello, discese a piedi un lungo pendio ricoperto da un manto di foglie secche. Una volta giunto a valle passò la Marna, salì senza non poche difficoltà sul cavallo e al galoppo si diresse verso Reims…
“Reims” sussurrò tra se e se il cavaliere vedendo le mura grigie e i torrioni incombenti sulla città… sembrava che quell'enorme cinta muraria fosse stata costruita per tenere prigioniere le minuscole case dai tetti rossi che pacifiche ornavano le vie e le piazze della cittadina francese… in lontananza, le mille guglie della cattedrale di Notre Dame, silenti si stagliavano contro il cielo fendendo nebbia e nubi.

Edmè Moreau - Vista della città di Reims


Il cavaliere smontò da cavallo e si diresse a piedi lungo il ponte levatoio.
Le enormi catene arrugginite scendendo dalle pietre delle torri ondeggiavano al vento facendo risuonare per centinaia di passi una malinconica cadenza… Le due lunghe file possenti di ferrei anelli cigolanti, arpionavano senza pietà con due enormi ganci di metallo le vene di quei tronchi secolari posizionati in fila ora a mo' di portone, ora a mo' di ponte a seconda delle esigenze difensive della città.
Il paladino rimase un secondo in più su quel legno ad ascoltare quegli anelli arrugginiti gemere al vento; li sentì mentre narravano degli assalti, degli assedi, delle offensive e dei contrattacchi che quelle mura e quel ponte avevano respinto senza mai muoversi di un passo, senza mai indietreggiare… le catene piansero ancora… ma il cavaliere era ormai troppo lontano per poter udire ancora il loro lamento. . . 
“Chi è ! ! !” 
Urlando una sentinella, stranamente francese, si affacciò dall’alto torrione che difendeva la porta alla città. L'accesso era infatti sbarrato dal morso pesante di una grata ferrea dal colore plumbeo la quale a quell’ora del mattino ancora abbassata.
“Sono il generale Jean d’Alencon! ! !” 
Urlò il cavaliere in inglese, la sentinella ammutolì.
Passarono alcuni secondi e un’altra voce questa volta in inglese fece la stessa domanda. . .
Il generale senza scorta rispose ancora in inglese. . . “Sono il generale Jean d’Alencon, porto un’ambasciata da parte della Corona Francese. . .”.
Il cancello si aprì. . .
Superato il bastione di entrata il paladino diresse il suo cavallo nei pressi di un abbeveratoio, lo legò saldamente ad una solida recinzione in legno e dette due monete di rame ad un ragazzetto uscito riluttante dalla locanda presso la porta civica, affinché badasse al portentoso palanfreno in sua assenza. Il cavaliere ordinò per il cavallo una quantità sufficiente bieda e fieno ed una spessa coperta di lana, pagò quindi al proprietario della locanda altre cinque monete di rame per il servizio.
Attese qualche istante e poi vide un milite senza armi avvicinarsi di corsa.
Il milite parlò in francese e gli intimò di posare le armi a terra.
Il generale obbedì contrariato, “Soldato” disse: 

“Perché gli inglesi hanno lascito sentinelle della Champagne a sorvegliare le loro mura?”

Il milite si fermò, guardò il generale e accorgendosi che colui che aveva davanti ai suoi occhi era effettivamente il noto generale delle truppe armate di sua maestà Carlo VII, scattò, si mise sull’attenti e rispose prontamente alla stramba domanda del suo celebre superiore, raccontando che in quei giorni il borgo era in subbuglio, gli inglesi stavano per arrivare e la popolazione della Champagne si era radunata tutta intorno alle fortificazioni di Reims in attesa dell’imminente assedio.
Il cavaliere capì tutto ad un tratto la situazione e l’equivoco che si era venuto a creare. . . lasciò il milite piantato sull’attenti e si diresse verso il centro cittadino.
Intorno e dentro la città non si vedevano altro che fucine fuligginose, aperte dall’alba al tramonto, per cercar di portare al massimo la produzione di armamentari prima dell’arrivo delle truppe britanniche. Ovunque in Reims ridestata iniziavano a riecheggiare energici colpi di martello dei mastri ferrai. . .
Colonne di fumo nero si innalzavano dalle decine di ciminiere che punteggiavano i tetti rossi del città. I mantici e i ventagli iniziavano a ripetizione il loro soffio sulle braci le quali saettavano di nuove scintille e le facciate una volta bianche di tutte le abitazioni lungo le strade, erano ora coperte di un colore sfumato tra il marrone e il nero. 

Jean pensava tra se furioso e stupito dell'ignavia incapacità dei funzionari di corte francesi e del loro grossolano quanto superficiale errore.
Di grazia, l'enorme mole di lavoro dei mastri ferrai nella città generava spesse coltri di nero fumo e per questo motivo i messaggeri e i legati del delfinato, avendo visto Reims solo da lontano e di giorno, avevano annunciato al Re la caduta della città nelle mani del nemico.
Infatti a causa del continuo lavoro dei fabbri, da lontano Reims sembrava già battuta e messa a ferro e fuoco dalle fameliche orde nemiche.
In realtà la città viveva in uno stato di permanente preallarme da almeno un anno e anche se da tre anni continuava incessantemente a richiedere un esercito permanente e ben addestrato che difendesse le sacre mura della “Città dell’Incoronazione”, i generali francesi dall’alto della loro "esperienza" sul campo di battaglia, ritenevano ogni tentativo di difendere la città inutile e nel contempo rischioso, per il gran numero di truppe impegnate su un fronte da trent’anni già dichiarato per perso.

Ma nonostante tutto ciò la popolazione locale avrebbe combattuto fino all’ultimo uomo ed avrebbe versato anche l’ultima goccia di sangue o sudore, pur di non vedere i vessilli inglesi veleggiare sulle mille guglie della cattedrale di Notre-Dame. 

Così era accaduto che mentre il Generale d'Alencon era d'istanza ad Orleans, dopo l’annuncio a corte della caduta della città di Reims, il Delfino gli aveva inviato un messaggero ad avvertirlo dello stato in cui versava la capitale della Champagne. Il Sovrano aveva quindi ordinato al suo fedele consigliere di partire per la "Città della Corona", da solo e senza paramenti di comandante, per agevolare il suo cammino. 

Il suo compito era di stimare truppe e forze britanniche nella città caduta in mano nemica ed eventualmente, il Delfino aveva espressamente richiesto, di contrattare con gli inglesi le condizioni per la restituzione della Corona francese custodita nella sacra Cattedrale della città persa a causa dell’ennesimo errore dei Nobili Generali.