Il
paladino era appena passato sotto la “Porta di Marte” e più
continuava la sua ispezione per conto del reggente del popolo
francese, più concretizzava nella sua mente l'idea che Reims non
era stata neanche sfiorata dall’invasione inglese.
Si
palesava sempre più chiaramente, attraversando la città, lo stato
caotico con cui l’amministrazione francese stava combattendo una
guerra che ormai continuava da poco meno di cento anni. In un secolo
le truppe francesi erano state più volte umiliate dai “lunghi
archi” e dalle lucenti spade inglesi.
Conti,
generali, baroni, nobili e notai stavano portando l’antico Giglio
Francese verso il tramonto definivo. . . serviva una svolta, e ormai
solo Dio poteva evitare alla Francia la totale annessione sotto il
dominio della Corona Inglese.
Nonostante
l’apparente inespugnabilità delle mura e delle torri di Reims, i
mille dispositivi di difesa e le centinaia di archi e balestre
costruite per la difesa della città, nulla avrebbe mai respinto
l’esercito nemico a causa dell’evidente mancanza di soldati e di
uomini in età d’armi capaci di presidiare i camminamenti e i
merli.
Soldati
della gendarmerie e fedeli della corona francese, continuavano da
mesi a dividersi turni di guardia e postazioni di presidio.
Stanchi
ed assonnati sorvegliavano gli angoli chiave della città dalle mura
sguarnite.
Un
qualsiasi attacco avrebbe espugnato Reims in poche settimane.
La
situazione era dunque critica ma poteva essere risolta richiamando
cavalieri e fanti da Orleans, Digione, Troyes ed Auxerre.
Jean
camminava ora lungo la strada principale di Reims, svoltò l’angolo
e chiese alcune informazioni a due sentinelle armate di alabarda.
Continuò il sopraluogo finché non giunse in un ampia piazza e. . .
Il
paladino aveva viaggiato molto, aveva visto posti lontani miglia e
miglia dalla Francia; poco tempo prima era stato su una nave
veneziana che da Marsiglia lo aveva portato fino in Terra Santa,
aveva parlato lingue millenarie, visitato popoli italici ed era stato
molte volte a Parigi, Lione, Orleans ma nulla di tutto ciò che aveva
visto o conosciuto possedeva lo stesso mistero e lo stesso fascino
della cattedrale di Reims . . .
Cattedrale
che ora era più vicina che mai ai suoi occhi.
Nulla
al mondo poteva competere per slancio ed eleganza al portamento di
Notre-Dame.
Era
il primo giorno di Tramontana, la piazza risplendeva di un magnifico
sole, il vento gelido che sferzava, puliva il cielo dalle nubi e
colpiva duramente sulla miseria degli uomini, braccia viso e gambe
nude dei poveri mendicanti erano paonazzi… poco lontano un musico
intonava una chanson
della champagne
che diceva pressappoco:
“Molte
città nel modo
hanno
la propria chiesa per pregare,
poche
hanno una cattedrale,
ma
questa di Reims è di una magnificenza tale
che
nulla potrà mai scalfire o turbare
la santità di Notre-Dame…”
In
effetti tutto intorno alla costruzione, sovrana indiscussa di una
città in tumulto, c’era un silenzio strano ed irreale.
Tutti,
tutti coloro che passavano per la piazza, dal mercante arabo al
comune popolano, nel transitare smettevano di parlare, urlare,
rumoreggiare… e ammiravano la cattedrale… in silenzio, anche se
solo per uno sguardo, per un saluto, per un po’… tutti
rivolgevano gli occhi a Notre Dame…
La
pietra riluceva rosea e calda, un colore interrotto e spezzato dalle
mille ombre delle statue e delle guglie. Sottilissime linee di fuoco
incandescente crescendo o restringendosi, davano vita alla facciata
come se fosse stata costruita dalla sapienza antica nel fuoco e dal
fuoco traesse continuamente energia. Eppure si distinguevano
perfettamente pietra su pietra gli elementi costruttivi della chiesa.
Ricordò
di aver avuto anni prima un piacevole incontro a Parigi con un mastro
costruttore, con cui esulando dagli arogmenti tecnici di dettaglio
per la costruzione delle nuove difese cittadine aveva conversato sui
metodi di costruzione di tali simili magnificenze davanti a
Notre-Damè de Saint Germain.
Egli
aveva spiegato al Generale che la forma di ogni costruzione viene
data dalla tipologia delle coperture e dal peso del tetto. Gli
insegnò semplicemente, come leggere le spinte generate da alcuni
carichi e capire le mirabili imprese costruttive degli antichi.
Partendo dalle guglie più alte, merlettature di puro godimento
estetico, gli altissimi muraglioni della navata centrale erano sostenuti enormi archi rampanti che incatenavano ai fianchi la
chiesa. Il tutto veniva poi ripartito di archetto a sesto acuto in
arco a sesto acuto.
Come in una cascata di acqua le sezioni dei
pilastri aumentavano sempre di più verso il basso, fino a giungere agli
enormi archi a sesto acuto all'interno della chiesa ed in facciata,
che scaricavano ogni forza risultante sui pilastri principali.
L'invenzione
e la perfezione dell'arco a sesto acuto permisero di raggiungere
l'altezza notevole delle cattedrali francesi, inglesi e
nord-ispaniche.
Non c’era tempo da perdere. . .
Il
cavaliere tolse suo malgrado l'occhio dalla mole rosea di Notre-Dame
de Reims e tornato indietro, giunse alla staccionata dove aveva
legato poco prima il suo cavallo, pagò un’altra moneta al ragazzo.
. . sciolse la briglia. . . ma dovette fermarsi a causa della
crescente insistenza del Duca di Reims che affannato correva verso di
lui chiamandolo ad alta voce:
“Generale!
Generale!”
Chiamò,
rivolgendosi al giovane condottiero. Il Duca era conosciuto in tutta
la Francia come uomo grassottello e sgraziato, vestito perennemente
con paramenti da caccia, sempre a cavallo, seguito ovunque da decine
di cani e servitori. Così come vollero le dicerie anche quella
mattina il Duca si stava preparando per un’altra battuta venatoria
tra le colline della verde Champagne.
Jean
si fermò e si girò verso il reggente della città:
“E’
da mesi che non inviate più vostre notizie Messere. . . Credevamo
che foste morto o peggio. . . caduto prigioniero nelle mani degli
inglesi. . .”;
il
Duca stette un attimo e poi rispose stizzito: “Sa Generale. . .
vista la grande quantità di forze a nostra disposizione, in questi
tempi, ci divertiamo ad inviare in giro per la Francia messaggeri a
cavallo che forse un giorno potrebbero servire per difendere le mura
cittadine in caso di assedio.” - “Abbiamo inviato dieci
messaggeri in dieci mesi ma sembra che i nostri nemici siano più
bravi di noi a leggere il francese. . . non è forse vero Generale?”
Il
condottiero montato a cavallo aveva già messo il piede nella staffa
sinistra e scoppiò in una sonora risata.
Restituì
le redini del destriero di nuovo in mano al ragazzetto che lo aveva
aiutato a montare non senza qualche difficoltà in groppa
all’animale, si avvicinò al Duca e disse:
“Non
ci possiamo divertire ad avvisare il Delfino della nostra fedeltà
però con i tempi che corrono ci possiamo distrarre andando a caccia
Messere. . .” - “Comunque. . . belli quei setter inglesi, sono i
suoi?”
il
Duca rimase un attimo in silenzio e poi disse. . .
“Volete,
dunque, insinuare che il Duca di Reims si fa corrompere dal dono
gentile di quattro coppie di cani da caccia?”
“No,
nessuno qui sta insinuando, ma vi dico che farò inviare
immediatamente settecento fanti e cento arcieri sotto il comando del
Generale Richard d’Avignon. . . ma non avrete voi il comando di
queste truppe. . . il Delfino non può fidarsi di gente spregevole
come v’ossia in un tale momento di crisi per tutto il paese . . .”
Saltò
in groppa al cavallo, fece cenno ai servitori del Duca di lasciarlo
passare, si voltò di nuovo verso l’ometto grassoccio e scapigliato
che era andato su tutte le furie e infine sorridendo disse: “Le
porgo i personali saluti di Re Carlo. . . buona caccia! ! !”
Vide
il Duca diventare di ghiaccio, si rigirò e si buttò al galoppo
lungo il ponte levatoio creando qualche scompiglio tra i banchi di
contadini che a quell’ora affollavano gli argini intorno al
fossato della città. Aveva fretta doveva raggiungere Domremy
per inviare al
Delfino un dispaccio di diffida per il Duca di Reims, causa
tradimento e corruzione e cosa più importante, doveva avvisare il
comandante Richard di mettersi in marcia con i suoi uomini per
difendere le mura di
Reims in caso di
attacco inglese.
Il
cavaliere quindi si tuffò ad alta velocità nel bosco ed attraversò
al passo un guado sulla Marna. . .
Corse
senza sosta stando attento a non sfiancare il cavallo, fino al
volgere del sole e quandosi sentì esausto si fermò. Era a forse a
miglia di distanza dalla locanda più vicina.
Decise
allora di accamparsi per la Notte in una macchia di pioppi poco
lontani dalla strada principale ma abbastanza folti da celare ai
vagabondi, ai predoni ed agli inglesi ogni traccia della sua
permanenza in quel luogo.
Bevve
un goccio d’acqua dalla bisaccia in cuoio caprino e portò il suo
cavallo, stanco dalla corsa, lungo il letto di un torrente per bere
un po’ e riposarsi altrettanto.
I
pioppi tutti intorno a lui si slanciavano dal suolo con grigia
eleganza, scese la nebbia ed iniziò a far più freddo, mentre anche
l’ultimo bagliore estremo e stanco del sole iniziava a far
sentire il gelo e la sua mancanza, il tramonto portava con se, la nostalgia di una primavera ormai troppo lontana.
Cavallo
e cavaliere di ritorno dal ruscello fecero appena in tempo a trovare
un luogo adatto per riposare all’addiaccio che subito calò
inesorabile la Notte. . .
L’uomo
allora prese la sua pietra focaia e con la pazienza di un veterano di
guerra riuscì dopo strenui tentativi a far balzar fuori da una
catasta di ramoscelli umidi, una guizzante fiammella che si espanse e
si moltiplicò agitandosi nel buio, quasi come volesse liberarsi dal
peso dei ceppi di leggero pioppo che l’uomo saltuariamente le
appoggiava sopra.
La
fiammella continuo ad ardere le tenere viscere del suo combustibile
fino a quando l’uomo, stanco e spossato, decise di interrompere la
sua veglia e messo al parvo rogo l’ultimo ramoscello si coricò su
un cumulo di foglie secche condannando la fiamma ad una fine lenta e
fumosa. . .
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