venerdì 23 agosto 2013

3. Visione


Il paladino era appena passato sotto la “Porta di Marte” e più continuava la sua ispezione per conto del reggente del popolo francese, più concretizzava nella sua mente l'idea che Reims non era stata neanche sfiorata dall’invasione inglese.
Si palesava sempre più chiaramente, attraversando la città, lo stato caotico con cui l’amministrazione francese stava combattendo una guerra che ormai continuava da poco meno di cento anni. In un secolo le truppe francesi erano state più volte umiliate dai “lunghi archi” e dalle lucenti spade inglesi.
Conti, generali, baroni, nobili e notai stavano portando l’antico Giglio Francese verso il tramonto definivo. . . serviva una svolta, e ormai solo Dio poteva evitare alla Francia la totale annessione sotto il dominio della Corona Inglese.
Nonostante l’apparente inespugnabilità delle mura e delle torri di Reims, i mille dispositivi di difesa e le centinaia di archi e balestre costruite per la difesa della città, nulla avrebbe mai respinto l’esercito nemico a causa dell’evidente mancanza di soldati e di uomini in età d’armi capaci di presidiare i camminamenti e i merli.
Soldati della gendarmerie e fedeli della corona francese, continuavano da mesi a dividersi turni di guardia e postazioni di presidio.
Stanchi ed assonnati sorvegliavano gli angoli chiave della città dalle mura sguarnite.
Un qualsiasi attacco avrebbe espugnato Reims in poche settimane.
La situazione era dunque critica ma poteva essere risolta richiamando cavalieri e fanti da Orleans, Digione, Troyes ed Auxerre.
Jean camminava ora lungo la strada principale di Reims, svoltò l’angolo e chiese alcune informazioni a due sentinelle armate di alabarda. Continuò il sopraluogo finché non giunse in un ampia piazza e. . .

Il paladino aveva viaggiato molto, aveva visto posti lontani miglia e miglia dalla Francia; poco tempo prima era stato su una nave veneziana che da Marsiglia lo aveva portato fino in Terra Santa, aveva parlato lingue millenarie, visitato popoli italici ed era stato molte volte a Parigi, Lione, Orleans ma nulla di tutto ciò che aveva visto o conosciuto possedeva lo stesso mistero e lo stesso fascino della cattedrale di Reims . . .
Cattedrale che ora era più vicina che mai ai suoi occhi.
Nulla al mondo poteva competere per slancio ed eleganza al portamento di Notre-Dame.
Era il primo giorno di Tramontana, la piazza risplendeva di un magnifico sole, il vento gelido che sferzava, puliva il cielo dalle nubi e colpiva duramente sulla miseria degli uomini, braccia viso e gambe nude dei poveri mendicanti erano paonazzi… poco lontano un musico intonava una chanson della champagne che diceva pressappoco:

Molte città nel modo
hanno la propria chiesa per pregare,
poche hanno una cattedrale,
ma questa di Reims è di una magnificenza tale
che nulla potrà mai scalfire o turbare
la santità di Notre-Dame…”

In effetti tutto intorno alla costruzione, sovrana indiscussa di una città in tumulto, c’era un silenzio strano ed irreale.
Tutti, tutti coloro che passavano per la piazza, dal mercante arabo al comune popolano, nel transitare smettevano di parlare, urlare, rumoreggiare… e ammiravano la cattedrale… in silenzio, anche se solo per uno sguardo, per un saluto, per un po’… tutti rivolgevano gli occhi a Notre Dame…
La pietra riluceva rosea e calda, un colore interrotto e spezzato dalle mille ombre delle statue e delle guglie. Sottilissime linee di fuoco incandescente crescendo o restringendosi, davano vita alla facciata come se fosse stata costruita dalla sapienza antica nel fuoco e dal fuoco traesse continuamente energia. Eppure si distinguevano perfettamente pietra su pietra gli elementi costruttivi della chiesa.
 
Domenico Quaglio - La Cattedrale di Reims

Ricordò di aver avuto anni prima un piacevole incontro a Parigi con un mastro costruttore, con cui esulando dagli arogmenti tecnici di dettaglio per la costruzione delle nuove difese cittadine aveva conversato sui metodi di costruzione di tali simili magnificenze davanti a Notre-Damè de Saint Germain.
Egli aveva spiegato al Generale che la forma di ogni costruzione viene data dalla tipologia delle coperture e dal peso del tetto. Gli insegnò semplicemente, come leggere le spinte generate da alcuni carichi e capire le mirabili imprese costruttive degli antichi. Partendo dalle guglie più alte, merlettature di puro godimento estetico, gli altissimi muraglioni della navata centrale erano sostenuti enormi archi rampanti che incatenavano ai fianchi la chiesa. Il tutto veniva poi ripartito di archetto a sesto acuto in arco a sesto acuto.
Come in una cascata di acqua le sezioni dei pilastri aumentavano sempre di più verso il basso, fino a giungere agli enormi archi a sesto acuto all'interno della chiesa ed in facciata, che scaricavano ogni forza risultante sui pilastri principali.
L'invenzione e la perfezione dell'arco a sesto acuto permisero di raggiungere l'altezza notevole delle cattedrali francesi, inglesi e nord-ispaniche.

Non c’era tempo da perdere. . .

Il cavaliere tolse suo malgrado l'occhio dalla mole rosea di Notre-Dame de Reims e tornato indietro, giunse alla staccionata dove aveva legato poco prima il suo cavallo, pagò un’altra moneta al ragazzo. . . sciolse la briglia. . . ma dovette fermarsi a causa della crescente insistenza del Duca di Reims che affannato correva verso di lui chiamandolo ad alta voce:

“Generale! Generale!”

Chiamò, rivolgendosi al giovane condottiero. Il Duca era conosciuto in tutta la Francia come uomo grassottello e sgraziato, vestito perennemente con paramenti da caccia, sempre a cavallo, seguito ovunque da decine di cani e servitori. Così come vollero le dicerie anche quella mattina il Duca si stava preparando per un’altra battuta venatoria tra le colline della verde Champagne.

Jean si fermò e si girò verso il reggente della città:
“E’ da mesi che non inviate più vostre notizie Messere. . . Credevamo che foste morto o peggio. . . caduto prigioniero nelle mani degli inglesi. . .”;
il Duca stette un attimo e poi rispose stizzito: “Sa Generale. . . vista la grande quantità di forze a nostra disposizione, in questi tempi, ci divertiamo ad inviare in giro per la Francia messaggeri a cavallo che forse un giorno potrebbero servire per difendere le mura cittadine in caso di assedio.” - “Abbiamo inviato dieci messaggeri in dieci mesi ma sembra che i nostri nemici siano più bravi di noi a leggere il francese. . . non è forse vero Generale?”

Il condottiero montato a cavallo aveva già messo il piede nella staffa sinistra e scoppiò in una sonora risata.
Restituì le redini del destriero di nuovo in mano al ragazzetto che lo aveva aiutato a montare non senza qualche difficoltà in groppa all’animale, si avvicinò al Duca e disse:

“Non ci possiamo divertire ad avvisare il Delfino della nostra fedeltà però con i tempi che corrono ci possiamo distrarre andando a caccia Messere. . .” - “Comunque. . . belli quei setter inglesi, sono i suoi?”
il Duca rimase un attimo in silenzio e poi disse. . .
“Volete, dunque, insinuare che il Duca di Reims si fa corrompere dal dono gentile di quattro coppie di cani da caccia?”
“No, nessuno qui sta insinuando, ma vi dico che farò inviare immediatamente settecento fanti e cento arcieri sotto il comando del Generale Richard d’Avignon. . . ma non avrete voi il comando di queste truppe. . . il Delfino non può fidarsi di gente spregevole come v’ossia in un tale momento di crisi per tutto il paese . . .”
Saltò in groppa al cavallo, fece cenno ai servitori del Duca di lasciarlo passare, si voltò di nuovo verso l’ometto grassoccio e scapigliato che era andato su tutte le furie e infine sorridendo disse: “Le porgo i personali saluti di Re Carlo. . . buona caccia! ! !”
Vide il Duca diventare di ghiaccio, si rigirò e si buttò al galoppo lungo il ponte levatoio creando qualche scompiglio tra i banchi di contadini che a quell’ora affollavano gli argini intorno al fossato della città. Aveva fretta doveva raggiungere Domremy per inviare al Delfino un dispaccio di diffida per il Duca di Reims, causa tradimento e corruzione e cosa più importante, doveva avvisare il comandante Richard di mettersi in marcia con i suoi uomini per difendere le mura di Reims in caso di attacco inglese.
Il cavaliere quindi si tuffò ad alta velocità nel bosco ed attraversò al passo un guado sulla Marna. . .
Corse senza sosta stando attento a non sfiancare il cavallo, fino al volgere del sole e quandosi sentì esausto si fermò. Era a forse a miglia di distanza dalla locanda più vicina.
Decise allora di accamparsi per la Notte in una macchia di pioppi poco lontani dalla strada principale ma abbastanza folti da celare ai vagabondi, ai predoni ed agli inglesi ogni traccia della sua permanenza in quel luogo.
Bevve un goccio d’acqua dalla bisaccia in cuoio caprino e portò il suo cavallo, stanco dalla corsa, lungo il letto di un torrente per bere un po’ e riposarsi altrettanto.
I pioppi tutti intorno a lui si slanciavano dal suolo con grigia eleganza, scese la nebbia ed iniziò a far più freddo, mentre anche l’ultimo bagliore estremo e stanco del sole iniziava a far sentire il gelo e la sua mancanza, il tramonto portava con se, la nostalgia di una primavera ormai troppo lontana.
Cavallo e cavaliere di ritorno dal ruscello fecero appena in tempo a trovare un luogo adatto per riposare all’addiaccio che subito calò inesorabile la Notte. . .
L’uomo allora prese la sua pietra focaia e con la pazienza di un veterano di guerra riuscì dopo strenui tentativi a far balzar fuori da una catasta di ramoscelli umidi, una guizzante fiammella che si espanse e si moltiplicò agitandosi nel buio, quasi come volesse liberarsi dal peso dei ceppi di leggero pioppo che l’uomo saltuariamente le appoggiava sopra.
La fiammella continuo ad ardere le tenere viscere del suo combustibile fino a quando l’uomo, stanco e spossato, decise di interrompere la sua veglia e messo al parvo rogo l’ultimo ramoscello si coricò su un cumulo di foglie secche condannando la fiamma ad una fine lenta e fumosa. . .

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