venerdì 30 agosto 2013

4. Il primo e l'ultimo


Di nuovo. . .

Sentiva amorevolmente i suoi battiti ed ascoltava la sua vita morire e rinascere, morire e rinascere. . . ad ogni pulsazione.
Spesso si addormentava con questo espediente. . . Altre volte suggestionato da qualche battito più forte con lo stesso metodo non riusciva a prender sonno. Ma non era da gentiluomini far pensieri sconvenienti sulla propria salute.

Una folata di vento fece fischiare gli alberi, Jean soddisfatto di essere riuscito ad accendere quel minimo fuoco vicino al quale ora stava riposando, chiuse la mente ai pensieri e sognando ritornò sul campo di una lontana battaglia.

Tornò in uno dei peggiori incubi a cui abbia mai assistito, il sonno sconvolto e convulso gli aprì lo scenario della battaglia di Agincourt.

Tutto era divenuto scuro e tetro, il clamore delle armature scagliate ad altissima velocità dal galoppo contro le lunghe lance della fanteria nemica risuonava nella sua memoria; come un vivo e fervido ricordo di giorni non lontani. Nell’aria tuonavano i colpi neri dei tamburi che ritmavano la marcia dei fanti in prima linea pronti al massacro, lanciati di corsa contro, gli scudi e le lame dell’invasore inglese.
I fanti gridavano la loro morte prima ancora di intravedere il nemico. . . sapevano che sarebbe bastato un dardo scagliato dalla lunga distanza a fargli scivolare dalle dita spada e vita.
Rimembrava gli elmi lucenti dei corazzieri sfilare l’uno dopo l’altro lungo il dolce e verde pendio della collina sovrastante il campo di grano dove i due mastodontici eserciti stavano per abbattersi l’uno contro l’altro, ferendosi a morte, mietendo tutto ciò che avrebbero incontrato lungo il loro cammino. 
Nere schiere di soldati si preparavano e cercavano di impressionare il più possibile il nemico con lunghi stendardi, ricchi paramenti, bandiere, fiaccole, arazzi armature e scudi; mentre gli uomini oltre la latta guardavano in faccia ognuno dei fronteggianti rivali, chiedendosi quale tra quelle spade sarebbe toccata al proprio ventre e sperando in caso di ferita o menomazione, che qualche lucente lama lo avrebbe infine colpito a morte.

Per un attimo tutta quella follia parve aver congelato contemporaneamente le menti di tutti i militi, di tutti i generali, dei re e dei loro numerosi servitori. Nel sogno tutto quanto parve fermarsi miracolosamente, ed ancor più miracolosamente tutto parve essere cessato: i tamburi, le marce e le grida. . . nulla più. . . solo una leggera, calda brezza estiva e un cocente sole mattutino stagnante nell’azzurro limpido di un cielo oceanico, calmo, senza nubi né onde. Tutto così finché. . . un sibilo. . . un soffio d’aria più impetuoso del solito e . . .
L’urlo di un uomo che chiedeva pietà a quello stesso cielo misericordioso solcò il campo di battaglia, attanagliando anime e corpi in una morsa bestiale, in un istinto irrefrenabile di morte e violenza che solo tramite altra morte e violenza poteva essere arrestato.

C’e sempre qualcuno che muore prima di ogni altro sul campo di battaglia. . . questi uomini di solito si riconoscono tra le schiere dei soldati appena arruolati e delle nuove leve. I veterani addirittura si divertivano a scommettere su chi per primo, tra tutti quei nuovi corpi offerti come sacrificio alla terra natia, avrebbe spirato urlando a causa di una ferita che con qualche accorgimento in più adottato su corazza e vestiario, sarebbe stata si e no superficiale.

Questi uomini “prescelti” si riconoscevano immediatamente tra le file di combattenti ed ogni esercito ne possedeva almeno una ventina. . . schivi e remissivi alla sorte e al fascino della vita del guerriero, sentivano la tensione della battaglia e della Notte come mai nessun altro essere umano in armi. . . questi uomini portavano la corazza spesso e volentieri al contrario o mutilata di pezzi molto pesanti ma fondamentali. . . si diceva di loro che non tenessero alla loro vita e allora il Dio, che dall’alto tutto domina e governa, li scegliesse come Primi per risparmiare la vita dei bravi e valorosi soldati che invece, pesantemente bardati, alla loro incolumità pensavano eccome.

Il loro sacrificio risparmiava la vita ad un soldato che avrebbe potuto fare la differenza sul campo invece di morire miseramente senza neanche aver assestato un onesto colpo di spada nelle reni di qualche sconosciuto.
I Primi, tremavano e pregavano sempre durante il tragitto che portava la loro compagnia al campo. . . a loro era dato un omaggio ufficiale dopo la battaglia ed erano gli unici che avevano un giusto e solenne funerale. Ogni Primo salvava la vita di un intero esercito, per importanza di morte erano sempre loro, i Primi che troneggiavano addirittura sulla morte dei comandanti di cavalleria.
L’urlo si levò in aria, immediatamente le schiere di fanti fluttuarono tra le bionde spighe e all’unisono furono colte da improvvisa attrazione, come se il metallo delle loro armi si attraesse per qualche forza misteriosamente salita dalle profondità della terra.
Al Primo urlo seguirono centinaia di grida. . . la terra tremò. . . il cielo si fece scuro, iniziò a tirare un vento cupo di morte e piovvero dardi. . .
Ad ogni sibilo, ad ogni sussurro il vento mieteva senza pietà vite e grano.
Improvvisamente, dal nulla, un lampo, una folgore siderea, illuminò elmi e stendardi accecando le menti dei combattenti in un impeto mostruoso di distruzione. 
I due eserciti si erano scontrati. 

La battaglia di Agincourt

La furia della battaglia crebbe con l’avvicinarsi del fatidico arrivo e scontro dei battaglioni a cavallo.
Il cavaliere, teneva testa a due battaglioni di cavalleria posti al di là del fianco sinistro della collina dove era posizionato il grosso dell’esercito francese. . .
Ansioso di combattere mise a freno il suo cavallo e la sua spada, in attesa di un segnale che non arrivò mai. . . Il parigino incaricato di ricevere l’ordine e di riflettere con uno specchio la luce di quel sole funesto sulle posizioni dei paladini, era stato colpito a morte da un dardo scagliato dal lungo arco di qualche arciere inglese.
Il condottiero si rese conto della svista degli alti dignitari di corte e della disfatta quasi immediata dell’esercito francese quando vide un cavalleggero galoppare senza vita sulla collina, il suo cavallo sentendo ancora su di se il peso del suo conducente, non si era accorto di essere rimasto disarcionato. Mentre il cavalleggero insanguinato sfilava di fronte alle facce incredule e spazientite dei trecento cavalieri lucenti e pronti alla battaglia Jean d’Alencon decise da solo di correre verso il crinale della collina, gridando quindi la carica, si diresse verso il campo di battaglia che dalla sua postazione originaria non riusciva a dominare, oltrepassò la cresta della collinetta, e fece in tempo ad assistere agli ultimi spasmi di quel che era stato una volta il glorioso esercito francese. . .

Continuò a sognare. . .

Si vide cavalcare su di un prato rosso, sguainando la spada in aria cercando di ribaltare le sorti di una battaglia che probabilmente era già finita da un pezzo facendo strage dei feriti e dei mutilati inglesi.
Scese da cavallo e strappò il vessillo blu di Francia dalle mani di un mercenario germanico il quale riverso a terra, morente e con gli occhi sbarrati chiedeva pietà e salvezza verso il cielo, sempre più terso e limpido. . .
Rivide intorno a se nel sogno quel che aveva vissuto in vita e fu agghiacciante, i pochi feriti sopravvissuti alle sorti della battaglia maledicevano uomini e santi, alcuni scossi farneticavano e raccontando di come tre battaglioni di cavalleria inglese si erano avventati sulla come furie, decimando le prime linee francesi, sfondando la parva resistenza rimasta, fino alle linee degli arcieri, mentre re e dignitari si erano dileguati alle prime avvisaglie di pericolo.
Ovunque c’erano brandelli di carne, sangue, organi, e teste senza corpo di soldati falciati dalle preponderanti forze a cavallo inglesi.
E mentre si faceva Notte, sulla campagna tutt’intorno al massacro, scese una fitta nebbia che si mischiò all’acre odore dei fumi sprigionati nell’aria delle enormi pire accese per bruciare i corpi dei tanti caduti, privi degna sepoltura.

Tra nebbia, Notte e fumi malsani gli uomini rimasti in forze si aggiravano tra sterpi, e morti. Come fantasmi di fuoco, le loro lucenti armature cosparse di rosso sangue erano colpite dalla tremula luce dei roghi, riflettendo sul metallo bagliori carmini. Attraverso il nulla di quella Notte senza più speranza, questi volontari davano segni di vita alle sempre nuove urla di dolore che si levavano gementi dal campo di battaglia.

Terra, sangue, fumo, luce ed ombre di spettri veleggianti nella nebbia, grida, dolore, bagliori lontani, spade, morti, ghigni, paura, demoni, nebbia ed oscurità, disperazione, ferro ed ancora fuoco, pianti, lacrime e grano rosso. . .

Ed ancora grano, fuoco, tenebre, nebbia, spiriti, armature, lance e. . . Morte.

Il mattino dopo, morì anche l’Ultimo dei soldati rimasti feriti, non riuscì a passare la Notte, Jean se lo ricordava bene. . . l’Ultimo a morire in quella battaglia fu un veterano con il viso scolpito da mille cicatrici. . . uno di quelli che, avrebbe giurato sui santi, la sera prima aveva udito scommettere e ridere sulla morte certa di un ragazzotto sbarbato come "Primo".

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