domenica 1 settembre 2013

6. Luna


Così per la terza volta in tre giorni, il cavaliere fu costretto a passare la Notte in piena campagna.
Dopo lo scontro infatti aveva deciso di andare via da Domremy per non causare alla popolazione del luogo altri guai, gli Inglesi infatti saputo dello scontro e delle perdite non avrebbero di certo perdonato l’affronto subito e sarebbero tornati a cercarlo in forze.
Così dirigendosi verso occidente aveva raggiunto un antico castello diroccato che si diceva fosse appartenuto al padre del leggendario cavaliere chiamato il “Franco” da tutti conosciuto come “Hastatus” o meglio “Lancillotto”.
Quella terra una volta conosciuta come la fertile Ganis ora senza nome era stata inghiottita dal tempo e dai rovi.
I rovi come gigantesche ragnatele nelle antiche abitazioni in disuso, erano cresciuti su tutto un fianco della collina dominata dalle rovine del castello. Li in cielo splendeva una Luna fantastica.
Non che sia stata piena, ma è proprio questo che la rendeva così speciale quella Notte.
Non era neanche mezza ed era illuminata nella parte inferiore; era di un giallo intenso e
a vederla così nel cielo sembrava che un grande sorriso avesse riempito con la sua luce una buona parte del cielo.
L’uomo stanco ed assonnato quella Notte, seguì la magica luna attraversare metà di quel cielo e poi infine rallentare ed adagiarsi lentamente sul fianco di una montagna nera come il manto di un corvo.
Fu così che al cavaliere tornò in mente una canzone cortese che spesso si faceva cantare da un menestrello di origini provenzali che più o meno diceva:

E quella Luna lassù in cielo, sul crinale di quel monte
Non è forse la cosa più umana e pura del mondo?
Quella gialla Luna distesa su un fianco che stanca dorme
Appoggiata al freddo pendio dolce e incantato di quella collina
Non è forse la cosa più bella, dolce e vera che si sia mai vista
Da che l’uomo imparò a guardare in alto verso il cielo?
Non è forse quella nuvola il suo tiepido cuscino latente di infinita bontà?
Rispondimi pure di No. . .
Tanto ormai la Luna già dorme. . .
Tanto ormai la Luna è già tramontata. . .



E mentre l’uomo recitava i suoi ultimi versi, la Luna, ormai ridotta ad un fazzoletto di luce che traspariva dalle fronde di alberi lontani, sparì inghiottita dal nero della montagna che fino a poco tempo prima era stata il suo giaciglio.
Così l’uomo senza più neanche la compagnia della gialla luna abbandonò la sua mente a pensieri lontani, pensieri ricorrenti.
Pensò a suo padre Jean I Conte d’Alencon, pensò che non aveva avuto neanche dieci anni il giorno in cui suo padre morì colpito a morte da un dardo inglese che passò dritto dalla schiena al petto attraversandogli il cuore. Pensò che non ricordava nulla della sua prima infanzia ma poi con dolore ritornò a rimembrare la morte del Conte.
Suo padre non era in battaglia ma la sua morte fu causata da un vile attentato di un mercenario borgognone che una volta lanciato il dardo avendo aveva visto il suo colpo andare a segno e per paura di ritorsioni aveva spronato il suo cavallo al galoppo facendo sparire le sue tracce lungo la via che attraversava un boschetto poco lontano da dove si era consumata la tragedia.
Così fu, e il giorno dei funerali del Conte, il cielo sembrava impazzito di dolore mentre continuava a piangere pioggia sopra le nere vesti di sua madre Marianne d’Orleans.
Sua madre, distrutta, poggiava le sue bianche mani sul carro dove era stato riposto il corpo esanime del marito fasciato da bianchi teli di lana e da un pesante velo su cui erano riportati i colori e gli stemmi della sua antica casata.
Egli lasciava tutto al suo unico erede, suo figlio Jean che ora accanto alla madre e piangeva in silenzio lacrime salate che sotto la pioggia battente si mischiavano alle tiepide gocce cadute dal cielo così che il sapore di quel dolore nei suoi ricordi era parso un po’ meno salato.
Dopo il funerale sua madre aveva deciso che sarebbe rimasta con il lutto per tutta la vita.
E anche se sfinita dal dolore decise di far chiamare da una vecchia serva il suo unico figliolo e una volta che il bimbo fu al cospetto della contessa lei lo prese in braccio e gli disse:
“Figlio mio. . .”
Il bimbo stette e rispose:
“Si madre. . . cosa vuoi che io faccia?”
E lei:
“Già era stato prestabilito tutto prima della tua nascita e molto prima della morte di tuo padre. Un giorno non lontano tu diverrai un uomo e potrai pienamente accedere all’eredità che tuo padre ti ha legittimamente lasciato. Diverrai il Conte Jean II d’Alencon potrai governare con il favore del Re di Francia sui tuoi sconfinati possedimenti; il Re ti nominerà successore di tuo padre e ti farà cavaliere e comandante del suo esercito se ne avrai le capacità e l’orgoglio. Ma prima dovrai studiare duramente e dovrai applicarti nelle arti della Guerra alle quali già sei stato iniziato qui ad Avignon.”
“Jean, tu andrai a studiare ad Orleans.”
“Madre ma io. . .”
“Non interrompermi” disse con dolcezza Marianne
“Figlio mio, ormai sei quasi un uomo, devi prenderti le tue responsabilità da uomo.”
“Si madre” disse il piccolo abbassando gli occhi mentre nella stanza il fuoco scoppiettava dando un po’ di calore e luce a quella che era stata la giornata più fredda e buia della sua vita.
“Promettimi che diventerai un giorno generoso, leale e forte fu come tuo padre. . .” disse di nuovo Marianne con gli occhi pieni di lacrime.
“Si madre te lo prometto, ti prometto che diventerò forte e leale come mio padre e vostro marito evi prometto che manterrò alto il nome della nostra franca famiglia.”
La famiglia di Jean era discendente di un’antica casata di conti e vassalli del sovrano di Francia diretti discendenti di un ramo secondario della stirpe Carolingia.


I suoi avi avevano combattuto per anni al fianco della corona di Francia assicurandosi fama, prestigio e potere. Ora la sua famiglia abitava in un palazzo gentilizio al centro di Avignon, dove il Re di Francia Filippo detto Il Bello, parecchi anni prima aveva portato il papa per poter avere il controllo su il suo regno e su tutta la cristianità.
Quindi in un certo senso nonostante il nome di Alencon che portava, il cavaliere si poteva dire fosse a tutti gli effetti nato e cresciuto in Provenza, l’antica Gallia Cisalpina che gli abitanti del luogo, dal periodo del dominio romano chiamavano comunemente Provincia.

Così Jean partì un giorno con il suo amico e compagno di giochi Alen d’Avignon, lui era a tutti gli effetti di origini provenzali come si poteva evincere dal nome.
I due partirono a cavallo insieme ad un drappello di uomini armati e due precettori che fino ad allora si erano occupati della salute e dell’educazione dei due rampolli.
Il cavaliere, assopito a terra non ricordava quasi nulla di quel viaggio lontano negli anni ma ricordò il momento in cui lui ed il suo grande amico erano entrati nel freddo palazzo del convento di benedettini ad Orleans retto dal superiore abate del convento il frate Anton le Garre.
I due erano stati accolti dal superiore che spiegò con poche parole l’essenza di tutta la loro educazione.
Ora et Labora” disse il frate citando San Benedetto
Con quella frase il frate aveva voluto dire che i suoi due nuovi allievi avrebbero dovuto lavorare e pregare in ugual misura durante la loro permanenza in quel luogo dove sarebbero rimasti per sei anni.
Oltre al lavoro e alla preghiera i due avrebbero avuto lezioni di latino e greco antico, botanica, arti belliche, matematica, geometria e astronomia; in più i due ragazzi avrebbero seguito lezioni di cavalcatura e lezioni di spada, arco e lancia.
Il cavaliere cambiò la sua posizione sul giaciglio di foglie secche e fieno.
Continuava a pensare alla sua adolescenza, ai suoi insegnanti e alla spensierata vita di allora, tagliato fuori dal mondo e dalle sue inumane pretese.
Pensava a tutti i guai che avevano combinato lui Alen e Carlo, il rampollo della famiglia Valois e futuro Re di Francia, durante la loro permanenza nell'accademia vescovile e ricordava quanto fossero dure le punizioni per chi infrangeva le regole della scuola.
Le punizioni andavano dal lavoro sporco in cucina, alle scudisciate che difficilmente arrivavano oltre a dieci. A sorvegliare sulla loro condotta e su quella di altri cinquanta ragazzi come loro c’era un frate più alto e robusto degli altri che non appena scopriva il colpevole di qualche misfatto lo prendeva con se e dopo un brevissimo sopraluogo sulla gravità del fatto, immediatamente infliggeva giudizio e pena.
Gli insegnanti di combattimento e cavalcatura erano tutti e due veterani di gran fama provenienti dalle gloriose divisioni della guardia reale Francese.
I due insegnanti, durante quegli anni in cui Jean studiò nella scuola, tramite dure e lunghe ore di pratica nel cortile adibito a tali materie, insegnarono ai ragazzi a combattere a piedi e a cavallo con talmente tanta maestria che alla fine del ciclo scolastico tutti potevano essere considerati dall’esercito come un ufficiale corpo d’armi a cavallo.
Il cavaliere non riusciva a prendere sonno.
Sebbene senza tetto, il castello, poteva ancora riparare il cavaliere dal freddo vento di Mistral che turbato dal troppo sole delle passate settimane, turbinava infuriato portando con se i veli d’occidente che pian piano si distesero sul cielo stellato.
Ma il cavaliere era turbato da ben altri pensieri, pensava a quegli uomini che aveva ucciso in combattimento quel pomeriggio e si chiedeva se la bimba per la quale egli aveva combattuto si era solo divertita a dire quella frase o se. . .
Le sottili nubi trasparenti nel cielo sembravano stuoli di pura seta gettati sul telo bucherellato del cielo stellato.
Dopo la seta vennero nubi più consistenti che finirono per ricoprire tutto infine divenne
buio. . .
Di tanto in tanto qualche bagliore di saette lontane rischiarava il manto nero con cui il vento aveva coperto la luna e le stelle. Il fuoco quella sera non ne aveva voluto sapere di accendersi e tranne quei rari bagliori lontani di luce, tutto intorno sembrava essere governato dai gloriosi fantasmi di un tempo passato grandioso e radiante, di nobili valori e azioni cavalleresche.
Così il cavaliere senza fuoco, quella Notte riprese a dormire grazie all’oscurità immerso com’era nel buio più completo placato solo ed unicamente da attimi di luce folgorante. . .

Fu così che. . .

“Nei sogni si sa, spesso avvengono fatti incomprensibili per gli uomini ma non tutto è pura astrazione proveniente dal mondo esterno. . . A volte nei sogni qualcuno desidera parlarci e se riusciamo ad ascoltarlo con attenzione egli come profeta ci saprà indicare la via da seguire nel bene e nel male. . . nel buio e nella piena luce. . .”

Così molti anni prima gli aveva sussurrato in un orecchio sua madre ed egli allora era ancora un bambino che come tanti altri giocava e sognava un giorno di brandire la spada come Re Artù , Lancillotto e Parcefall.
Era un bambino desideroso di divenire un giorno uno dei grandi cavalieri della Tavola Rotonda, di combattere per la giustizia e per l’onore.

Ora che cavaliere lo era diventato, nei suoi sogni non c’erano più ne draghi sputa-fuoco ne calici sacri.
Ora l’uomo sognava il suo passato, vedeva dietro di se fatti e avvenimenti a volte lontani e a volte vicini nel tempo senza un’apparente connessione tra di loro.
Ma a volte apparivano nei suoi sogni cose inspiegabili dalla potenza inaudita che potevano significare qualunque cosa, potevano sprigionare ricordi e profezie, fantasmi e amori o forse solo un leggero battito di ali in alto nel cielo tra le vette innevate di chissà quale posto lontano dall’immaginazione umana.

Fu così che in quella Notte Jean sognò per la prima volta una contadina, una ragazza giovane ed umile che dicendosi inviata dalla voce di Dio implorava il Generale di portarla con se fino a Chinon, il cavaliere allora stupefatto chiese alla contadina cosa sarebbe andata a fare a Chinon lei che non aveva mai masso piede fuori dal suo piccolo paesino. . .
La ragazza non rispondeva ma pregava a bassa voce sussurrando velocemente e scandendo ogni parola con un respiro profondo. . . Jean pensò allora che quella contadina non fosse altro che la solita umile e povera ragazza che avendo perso in guerra tutta la famiglia era impazzita dal dolore e cercava rifugio sicuro nella sua lucida follia.
Ma la ragazza continuava ad insistere quasi con violenza, finché il cavaliere non incontrò lo sguardo della ragazza e i suoi occhi azzurri. La ragazza gli disse:

“Jean non ricordi? la promessa. . .”
Poi un lampo di luce gli attraversò l’anima scosso da un fremito e da un boato assordante si svegliò e vide che stava per iniziare a piovere.
Prese il suo cavallo e cercò un posto sotto le fronde di qualche gigantesco larice dove potersene stare ancora un po’ all’asciutto prima che anche l’albero avesse iniziato a gocciolare acqua da tutte la parti.
La tempesta fu violenta ma dopo pochi minuti dalla sfuriata iniziale aveva già esaurito tutta la sua energia.
Così fu che il vento riuscì ad asciugare l’enorme larice prima che le gocce d’acqua fossero riuscite a penetrare la fittissima rete di aghi che coprivano i rami dell’albero.
L’uomo messo a dura prova dal sonno e dalla poggia del temporale cedette di nuovo alla stanchezza sprofondando nel buio più assoluto e totale che poteva essere solamente frutto di una grande stanchezza accumulata durante i giorni precedenti.
Così l’uomo, stanco sognò il nulla più nero che si possa mai solo immaginare.
Sognò il buio che era oltre alle sue palpebre, sognò l’oscurità dei boschi invernali dove i si aggirano famelici schiere di lupi affamati.
Sognò il colore che c’è nel profondo dei pozzi, nelle viscere della terra e nelle profondità del mare.
Sognò la Notte più cupa, il manto dell’inverno e il soffio gelido della morte. Sognò di dare un calcio ad un’ampolla di inchiostro che versato a terra tinse tutti i ricordi del precedente sogno di . . . NERO.

Nero come il terrore, come il mantello delle streghe e dei maghi, nero come gli inferi, come il tavolo dove quella mattina aveva poggiato i gomiti per riposare qualche minuto. Nero come la fuliggine e il catrame.
Nero come. . . la peste, come il tempo passato, nero come la selva oscura, nero come il bianco più bianco che ci sia.